ALLA RICERCA DEL PENE D'EBANO

Nell'intiero principato di Shankara da eoni ed eoni il buon re Bonaccius, governando saggiamente aveva garantito la prosperità e la pace .
Le messi erano rigogliose, abbondanti e bionde ai raggi del sole. Le donne tessevano amorevolmente le loro tele e i mariti lavoravano qualsivoglia materia prima del regno. I cavalieri sviluppavano le loro conoscenze belliche nel rispetto della pace. Le vergini crescevano nella loro bellezza, e si trovava sempre qualche buona fanciulla disposta a sacrificarsi una volta all'anno per placare il drago famelico che in cambio garantiva calore durante l'inverno.
Le numerose sette di chierici prosperavano coi loro monasteri architettonicamente preziosi, mentre i maghi utilizzavano i loro poteri solo per sollazzare l'opulenta corte del re. La pace con gli elfi silvani e i nani delle montagne garantiva sicurezza ai confini del regno. I non morti erano morti, e salvo qualche dispetto di folletti e le solite incursioni di gnomi deformi e coboldi, tutto scorreva liscio come il mare che non era mai mosso, tanto che i navigli lo percorrevano felici in lungo e in largo fino agli abissi di Kashtaram, dove puntualmente affondavano.
Ma un'ombra silenziosa cominciava ad estendersi sul regno. Il possente demone Onaluc tramava contro le sorti dell'intero regno di Shankara. Da eoni confinato ai margini dell'universo grazie agli sfavillanti poteri del pene d'ebano, Onaluc da alcuni mesi aveva eretto un'oscura fortezza di quarzo nero nell'alto del monte Tabor. Di lì misteriose emanazioni di mana causavano l'inarrestabile risveglio di branchi di non-morti che terrorizzavano i porcai e i mandriani del luogo. Il culmine si ebbe quando, dal santuario di Exagon, uno spregevole, schifoso, lercio mendicante si impadronì con l'inganno del pene d'ebano e lo consegnò al demone Onaluc che lo nascose nelle segrete del castello del monte Tabor. Il mendicante ricevette in cambio un tozzo di pane.
Per il caos generato ogni banda di briganti, orchi, coboldi, gnomi deformi, arpie, golem, giganti del fuoco, grifoni, mastini infernali, ladri e omosessuali repressi misero il regno di Shankara a ferro e fuoco. I cavalieri, i reali arcieri e i sacerdoti guerrieri del regno avevano il loro bel da fare per non soccombere alle possenti incursioni (soprattutto degli omosessuali), mentre i maghi continuavano imperterriti a sollazzare con trucchetti l'opulenta corte.
Fu sull'orlo del tracollo che il gran maestro cerimoniere globale, capo di tutte le contraternite del mondo, chiamò il valoroso guerriero Romualdo, capo indiscusso della sicurezza reale della regina e della squadra di calcio dell'esercito, e gli affidò il terribile compito di riportare il pene d'ebano al santuario, collocandolo sull'altare. "Solo così, o Romualdo, Onaluc sarà di nuovo esiliato e tornerà nel limbo degli Sfondati."

Romualdo era un giovine dal cuore d'oro e dal fisico possente, purtroppo deficitario di materia grigia. Armato della cotta tessuta da Rufus l'armiere magico, della spada a tre lame temprata nel crogiuolo dai giganti della tempesta, e dei terribili pugnali di stagno di Gilberto l'imbroglione (acquistati per la modica cifra di cinquecento monete d'oro), egli si presentava titanico e maschio.
Gli fu affidata la missione di riunire da tutti gli angoli del regno i migliori combattenti di ogni casta, ordine e grado; arrivati in migliaia, cominciò a fare una cernita, mandando subito a casa i ciechi, gli arrampicatori sociali, i puttanieri, gli spacciatori e i ladri. Alla fine rimasero:
- Eunuk, il nano deforme ma buono, possente nella sua armatura di scaglie di drago, abile nell'uso della sua ascia bipenne di metallo brunito;
- Selen, la sacerdotessa amazzone abile nella lotta con la mazza e grande conoscitrice di preghiere contro i non morti, irresistibile nella sua armaturina di Pierre Cardin;
- Silvan, il mago di ottocento anni grande esperto di magia bianca, nera, indaco, di romanzi rosa e grandissimo intrattenitore di corti opulente;
- Tolkin, l'elfo agile e infingardo, grande arciere ed equipaggiato con le frecce di titanio forgiato dalle divinità silvestri, più altri inutili gadget come Il mantello che rende invisibili, Gli stivali del silenzio, il Medaglione dell'invulnerabilità e l'Anello del raggio mortale, il tutto acquistato con un mutuo sul suo albero da Gilberto l'imbroglione.
I cinque stettero a conoscersi quindici giorni al villaggio vacanze "Mari del Sud" spesati di tutto, e mentre Silvan li deliziava con la magia Selen li deliziava con altri mezzi. Finalmente il gran giorno arrivò, e innanzi al popolo riunito i nostri eroi sfilarono verso la porta del Castello, dove lo stesso re Bonaccius impartì loro una solenne benedizione.
Fuori dal castello... ORRORE! Trovarono lande desolate, incolte e brulle, talora arse dal solleone, talora paludose ed inospitali. Ovunque carcasse di animali fetiscenti, uomini storpiati, donne stuprate, bimbi rapiti, animali da giardino seviziati. Le foreste erano diventate di pietra, i mari e i laghi aridi deserti, i deserti mari e laghi, le montagne pianure e le pianure montagne. Dove un tempo cresceva l'erba ora si trovava una città.
"Dove cazzo siamo finiti?" esclamò il nano Eunuk.
"Evidentemente la nostra mappa è fallace. Ci affideremo al tanto conclamato senso di orientamento elfico" disse Silvan, mentre l'elfo Tolkin sbatteva goffamente contro un albero pietrificato.
"Dovremmo essere in vista degli Altipiani del Caffir, ma qui sembra invece la Depressione del Riffac" disse Romualdo, quando Selen risoluta comunicò ai compagni: "Non temete. Vi condurrò io al pene d'ebano. Con esso ho un legame empatico fortissimo per la mia, ehm, religione" e subito si diresse verso le rovine della città dei Morti (detta da alcuni Scasazza, da altri "Città dei Morti", da altri ancora "quel posto là", ma dai più non nominata affatto).
Sul far del mezzodì arrivarono nel bel mezzo delle rovine misteriose che promanavano malvagità da tutti i mattoni. La terra sembrava prima scuotersi, poi ferirsi.
Le zolle cominciavano ad aprirsi, e da esse un maleodorante fetore di non morto fuoriusciva abbondante. Dalla chiesa sconsacrata venivano uditi gemiti e sibilii che nulla avevano di umano, e ovunque fuochi fatui a profusione.
"Attenzione" disse Romualdo impugnando la spada a tre lame, "Non danneggiate questi importanti reperti o ve la vedrete con me".
Passarono oltre avendo accresciuto la loro cultura personale, grazie alla sensibilità di Romualdo verso le opere d'arte e alle dotte spiegazioni di Silvan.
La sera si accamparono nel bel mezzo della fittissima foresta Nera, che dicevano le leggende fosse popolata dai terribili golem di legno, da elfi Negromanti e da spaventosi coboldi mutanti. Istituirono dei picchetti di guardia. Il primo fu il nano, ma nel suo turno nulla di spaventoso accadde, eccezion fatta per un terribile peto nel sonno dell'elfo Tolkin che aveva mangiato solo verdure cotte, disdegnando la carne in quanto amico degli animali.
Verso l'ora più oscura della notte, quando anche la luna era scomparsa dietro i monti e la guardia di Romualdo si era allentata per le fatiche della giornata, cupi ululati e versi di ragguardevole intensità si manifestarono nell'indifferenza generale, perchè tutti stavano dormendo.
Svegliatisi alle dieci e mezza di mattino, con tutta calma i nostri eroi bevvero un caffè e mangiarono qualche cornetto nel vicino rifugio della Foresta Nera. Poi, avendo litigato con il gestore per il conto troppo salato, dilaniarono lui e la sua famiglia con le loro armi efferate; dopodichè, per mantenersi in esercizio, passarono a fil di spada anche i vari villici e servi della gleba che abitavano la zona.
Ma era giunto per loro il momento più pericoloso della traversata: il passaggio del mare di lava della catena vulcanica di Morgoth.
Essa si estendeva per kilometri e kilometri, terribilmente infestato da creature di lava, draghi rossi e salamandre giganti.
Quando furono sull'orlo dell'abisso di lava le loro gambe vacillarono ma le loro menti si aprirono. "E se invece passassimo per la Valle degli Orti?" chiese Tolkin.
"Buona idea, tanto più che la strada è anche considerevolmente più corta" tuonò Eunuk. "Non ci abita anche tuo cugino, Silvan?" "Certo", ribattè Silvan, "Ci ospiterà per la notte, ed inoltre sua moglie è un'ottima cuoca. Ma esiste un problema, purtroppo". "Ha a che fare con l'invasione dei non-morti e degli scheletri dei cavalieri di Smeraldo?" chiese Romualdo. "No di certo, quella era la Valle dei Morti. Il problema è che nella Depandance c'è un solo bagno". "Dannazione" esclamarono tutti. E tutti d'accordo decisero di passare per la cintura di lava.
Una volta passata senza troppi intoppi, ma anzi avendo tutti acquistato un piacevole colorito, i cinque eroi si prepararono per la fatica definitiva. Il castello di quarzo nero si stagliava infatti davanti loro in tutta la sua terribile malvagità. Dentro di esso, sperduto in qualche labirinto, si doveva trovare la meta ultima della loro impresa, custodito dai guerrieri della Luna Nera e guardato a vista da Onaluc in persona.
Senza fiatare i cinque cominciarono a prepararsi. Selen si immerse in profonda meditazione per accrescere i propri poteri spirituali, bruciando incensi e compiendo riti arcani le cui origini si perdevano nella notte dei tempi (quando Orol, il dio buono, squarciò il ventre del fratello Pinul, il dio cattivo, e da esso uscirono tutti i vizi e le virtù che accoppiandosi formarono il mondo).
Silvan recitava ataviche magie e consultava senza purtroppo capire alcunchè le rune della sapienza, acquistate a peso d'oro da Gilberto l'imbroglione.
Tolkin sfregava l'anello del Raggio della morte ed affilava le frecce con la pomice, infilandole con cura nella faretra. Tendeva il nerbo dell'arco tanto che il vento lo faceva suonare.
Eunuk leggeva un vecchio libro di fumetti, suonando l'ocarina, ostentando sicumera come tutti i nani spacconi.
Romualdo era concentrato fino al midollo, puliva le tre lame della spada con cura maniacale. Si era inoltre depilato le ascelle e l'inguine per non essere impedito nei movimenti.
Il quesito che tutti attanagliava era come riuscire a pervenire al portale del castello evitando il fossato di pece bollente e la pioggia di frecce avvelenate delle migliaia di guardie appostate sui bastioni e i camminamenti. Inoltre, come aprire lo stesso portale?
Fu allora che uno spregevole vecchio nano storpio, imbastardito con geni di coboldo e folletti delle paludi olezzose, ripugnante, ributtante, maleodorante, sdentato, monco, viscido, vestito di stracci, ipocrita, sprizzante malfidenza da ogni singolo fiotto di pus, arrogante e dalla voce stridula si avvicinò ai nostri eroi e chiese loro "Volete che vi accompagni dentro il castello?" "Grazie, buon uomo"
Lo seguirono i malaccorti cinque per strade ritorte e buie, attraverso innominabili e spregevoli vicoli oscuri, quando si trovarono di fronte un invalicabile muro, e dietro una frana sbarrò loro una strada. Frattanto le grida di esseri sconosciuti si stavano avvicinando minacciose.
"E' una trappola!!" gridò Romualdo rivolgendo l'arma alla fetida gola del figuro, ma ecco che egli rispose con calma olimpica: "No. Basta tirare la leva e sarete nel castello". "Diamine, è vero. Grazie, vecchino, cosa desideri in cambio?" "Nulla, lo faccio per bontà d'animo" Ma i nostri non vollero lasciarlo andare a mani vuote, e gli regalarono del pattume che si erano portati dietro perchè non avevano trovato cassonetti. "Grazie, nobili signori, possa la fortuna arridervi sempre" e il nano storpio si accomiatò da loro.
Una volta dentro il castello l'impenetrabile dungeon si apriva davanti ai loro occhi, con milioni di cunicoli inesplorati pieni di trappole e popolati da uno zoo di creature ributtanti e letali.
Non ci misero tuttavia molto a capire che bastava seguire le indicazioni per la "Camera del pene d'ebano", e in men che non si dica si ritrovarono nella suddetta camera senza aver incontrato anima viva.
Ma certo ben più ardua doveva essere la riconquista del simulacro, guardato a vista dai cento cavalieri della Luna Nera e custodito dal colossale idolo di ossidiana raffigurante Onaluc stesso e dotato del potere di uccidere dolorosamente.
Arrivati alla porta della sala, trovarono un'iscrizione in rune misteriose, e Silvan si aprestò a tradurla grazie alla sua conoscenza di tutte le lingue morte e vive.
"Cosa dice, cosa dice?" "Dice che i cavalieri sono in pausa pranzo fino alle tre" rispose Silvan, "Dunque abbiamo sette ore per recuperare l'oggetto".
Spinte a fatica le pesanti porte di giada nera, gli eroi si trovarono in una sala profonda cento metri, alta venti cubiti, larga tre iarde. In mezzo troneggiava la colossale statua di Onaluc, che stringeva tra le possenti natiche il pene d'ebano.
Essa tuonò con voce profondissima:


"Se il pene vuoi rubare,
la domandina devi indovinare.
Se invece non lo vuoi più,
chiudi la porta e non tornare più"


Il terrore si impadronì dei loro cuori.
La voce tuonò:


"Son dura, tondetta, colore caffè.
Sto chiusa in un riccio,
ma non per capriccio.
Mi trovo in montagna.
Mi chiamo............"


I nostri eroi si consultarono.
"Francesca?"
Rispose l'idolo "No, no... vabè, va, facciamo che avete tre possibilità. Ancora due".
"Ehhhh.... Giulia?"
"No, no.... è chiusa in un riccio, tipo quegli alberi.... si mangia a ottobre... la trovi in montagna ed è una........ ca........"
"Come?"
"Cas.... cast......"
"Castoro!" esclamò Romualdo con un'espressione trionfale.
"No!!! AVETE FALLITO!!! E ora esploderò la mia giusta ira contro di voi!!!"
Le porte si chiusero ermeticamente, e le bocche di gargoyle appesi alle pareti comiciarono a vomitare milioni di litri d'acqua, mentre tutta la stanza si fece buia e l'idolo cominciò a ridere della grossa.
"Moriremo tutti" disse il nano Eunuk, il più preoccupato dei cinque. Ma quando l'acqua arrivò alle loro caviglie, il flusso si arrestò e la statua ghignando disse: "Eh, e adesso avete i piedi tutti bagnati e vi verrà il raffreddore. Tuttavia io sarò clemente, dandovi un'altra possibilità. E' un frutto secco, in un riccio.... se non altro l'elfo dovrebbe saperlo" "Eh?" disse Tolkin che fino a quel momento aveva rimirato i gargoyle. "Cosa?" "Guai a voi!! Se non risponderai non potrete mai ottenere il pene d'ebano e morirete tutti!!" "Il pene d'ebano? Ti riferisci a questo pezzone di legno che custodivi in mezzo alle tue chiappone?" rispose impunemente Tolkin. "Esattamente. Mah..." e sul viso stupefatto del demone si dipinse lo stupore. "Lo avevo preso per accendere un lume quando la sala è entrata nell'oscurità. Lo rivuoi?" "No, ecco perchè in questi ultimi minuti mi sentivo così rilassato. Puoi tenerlo, se proprio vuoi".
Disse Silvan: "Ma così verrai esiliato dal regno di Shankara per l'eternità".
Rispose enigmatico l'idolo: "Sempre meglio che avere un pene d'ebano nel..." "Mahh..." interruppe Romualdo "Allora abbiamo vinto!" "No di certo, nobile guerriero... devi ancora vedertela con I CAVALIERI DELLA LUNA NERA!!!"
Erano infatti le tre (come passa il tempo). I cinque si voltarono e videro un nugulo di migliaia di milioni di tetri figuri avvolti in armature di scaglie nere come la notte, con teste umane trafitte e grondanti di sangue sul cimiero dell'elmo, lunghe alabarde decorate con scene di morte e distruzione, scudi ricoperti di ossa carbonizzate, archi possenti con corde di nervi umani, e paurose frecce che incoccarono e puntarono verso di loro.
I nostri eroi fecero appena in tempo ad inquadrare la situazione che una nube di frecce partì verso di loro sibilando minacciosa. Al contatto con i loro nudi corpi, tuttavia, le frecce si spezzarono come ricotta contro un muro di acciaio, e i cavalieri della Luna Nera si guardarono basiti per poi scappare igniominosamente in massa.
"E' stato il mio magico medaglione dell'invulnerabilità!!!" Esclamò trionfante Tolkin, non immaginando quanto la verità fosse vicina alla sua asserzione. L'unica freccia rimasta intatta perchè finita in acqua recava infatti la scritta "Made by Gilberto l'imbroglione".
I nostri furono senza il minimo intoppo indietro entro sera, e una volta collocato il pene d'ebano sull'altare del sacrario le montagne tornarono montagne, le pianure pianure, i mari mari, i morti morti, i villici villici e i maghi entusiastici intrattenitori di corti opulente.
Solo un uomo uscì ricco sfondato da queste vicende, ma questa è un'altra storia e verrà raccontata un'altra volta.

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